Una vita sul piatto della bilancia. “Lettera al padre” di Franz Kafka

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Nel 1919, Franz decide di scrivere una lettera al padre. Aveva trentasei anni

Questa lettera, che sarebbe dovuta giungere al padre tramite l’intercessione della madre, non venne mai recapitata al suo legittimo destinatario. Eppure di destinatari senza scrupoli ne ha avuti, questa lettera. Parlo di quei lettori che si sono impossessati per qualche euro di questa riservata missiva pur di soddisfare la loro curiosità, senza avere alcun rispetto per la privacy di chi ha riversato in una settantina di pagine la sua più irrisolta questione: il suo rapporto col padre. Lettera al padre analizza – in quello che cerca di essere un tono conciliante, comprensivo – le conseguenze del viscerale, devastante legame tra Franz e il padre.

Due soggetti a fuoco

All’interno di un mondo sfocato, le cui parti si confondono le une con le altre, le uniche persone a fuoco, dal punto di vista dello scrittore, sono loro due. Ecco, a questo proposito, una curiosa tassonomia che Kafka propone nelle prime pagine della Lettera:

[…] il mondo si divideva per me in tre parti, e nella prima io, lo schiavo, vivevo sottoposto a leggi concepite solo per me e alle quali, senza saperne il motivo, non riuscivo del tutto ad adeguarmi, poi c’era un secondo mondo infinitamente lontano dal mio in cui vivevi tu, occupato a dirigerlo, a impartire gli ordini e ad arrabbiarti se non venivano eseguiti e infine un terzo, dove il resto dell’umanità viveva felice e libera da ordini e da obbedienze.

Il padre è un tiranno, infelice come lo è solo, forse, il Filippo dell’omonima tragedia di
Alfieri: chiuso tra le strette mura del suo stretto potere, incapace di instaurare un dialogo persino col proprio figlio.

Una vita sul piatto della bilancia

Cercando un punto di contatto e allo stesso tempo tentando di fare ordine tra i propri disordinati pensieri, le riflessioni e i ricordi del figlio si sviluppano in modo avvincente, come in un giallo svedese, tra le rimembranze dell’infelice adolescenza, del fallimento della sua partecipazione al commercio di famiglia, dei confronti con i rapporti che il padre aveva stabilito con la madre e con gli altri figli. La voce narrante – nonostanteKafka_lettera_ le pesanti accuse scagliate nei confronti del padre, anche se quasi sempre immediatamente ritrattate – riesce a sottolineare tuttavia le proprie colpe, e afferma la fatalità del suo maledettismo: anche se non avesse vissuto l’oppressione del padre, dichiara Franz, probabilmente non sarebbe diventato una persona tanto diversa.

Lo ripeto per la centesima volta: probabilmente sarei diventato comunque un uomo poco socievole e ansioso, ma da questo al punto in cui sono realmente arrivato il percorso è ben più lungo e oscuro.

Colpisce, nelle ultime pagine, un’ipotetica risposta del padre che controbatte a tutte le accuse del figlio.

Chissà cosa avrebbe provato il padre mettendo gli occhi su questi fogli?

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FRANZ KAFKA

“Lettera al padre”

Feltrinelli

Pagine 95, €6.00.

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