“Biglietto, Signorina”, intervista ad Andrea Vitali

IMG_7665Andrea Vitali torna a invadere le librerie di tutta Italia con un nuovo romanzo, Biglietto, Signorina (Garzanti 2014), a pochi giorni dalla terza edizione di BookCity Milano, che lo vedrà protagonista di due incontri nella giornata di venerdì 14 Novembre. Ma cerchiamo di capire con l’autore di cosa parla questo romanzo e cosa racconterà a Milano.

Buonasera Signor Vitali

Non mi chiami Signore. Il Signore è un altro.

Allora buonasera Dottor Vitali. Una domanda preliminare. Gli italiani sono sempre in possesso di un biglietto valido quando salgono sui mezzi pubblici?

Molto meno rispetto a un tempo, quando era sentito come un dovere pagare per un servizio di cui fruisci. Oggi c’è forse la tentazione di non preoccuparsi di questo dovere che invece a mio parere andrebbe ripristinato nelle menti e nelle coscienze di tutti.

Di cosa parla questo romanzo?

Questa storia è stata riscritta totalmente a partire da un vecchio racconto degli anni Novanta. Le prime pagine vedono protagonista una ragazza di nome Marta, una profuga istriana che viaggia appunto senza biglietto sulla linea Milano-Sondrio e viene beccata dal controllore all’altezza di Varenna. Ci sarebbe da dire a sua discolpa che viaggia anche senza soldi, cosa che la giustificherebbe in parte per il viaggiare senza biglietto. Sta di fatto che, facendo il suo dovere, il capotreno la scarica a Varenna, da dove Marta intraprenderà la ricerca di un fantomatico Dottore Nonimporta che nessuno naturalmente conosce, nome d’arte dietro il quale si nasconde ben altro personaggio.

Il primo incontro di Marta, che non parla bene l’italiano, è, prima ancora che col Dottor Nonimporta, con la gente del posto ed è caratterizzato dall’impossibilità di poter avere anche solo una conversazione di base, per la mancanza di una lingua comune. Il capostazione, i carabinieri non parlano inglese. La mancata conoscenza dell’inglese è un problema molto serio per molti italiani che abitano nei luoghi turistici e spesso si trovano in contatto con persone che non parlano la nostra lingua. Come viene affrontato questo problema da questi signori e come reagisce la popolazione italiana all’inglese?

Devo dire che io mi trovo direttamente implicato in questo problema perché sono sempre stato poco propenso ad apprendere le lingue straniere. Ma a giustificazione dei carabinieri, devo dire che, essendo la storia ambientata negli anni ’49/’50, gli italiani in quegli anni avevano in testa ben altro che non imparare le lingue straniere. C’è anche da dire che alcuni stranieri, gli inglesi soprattutto, confidano fin troppo nel fatto che la loro sia la lingua internazionale e non si impegnano minimamente, come dovrebbero fare tutti, a imparare quel minimo vocabolario del paese straniero in cui si recano. Per il resto esiste il linguaggio dei gesti che spesso risolve il problema della lingua comunemente intesa.

Protagonista di questa vicenda è il sedicente Amedeo Torelli…

Sì, è un personaggio piuttosto aderente alla cornice dell’epoca, modulato e disegnato su figure realmente esistite. Il Torelli si sente già sindaco ma c’è una gran differenza fra il sentirsi tale e l’esserlo.

Il Torelli è caratterizzato da una certa smania di potere. Ma quale significato assume nell’uomo e nel Torelli questa brama?

Chi avverte questo desiderio di potere, perché vivaddio esiste gente che non lo sente, è come il Torelli, cioè un personaggio che desidera il potere in quanto tale per esercitarlo a proprio vantaggio o a vantaggio altrui purché ne abbia poi un ritorno. Ma l’aspetto più grottesco di questi personaggi è l’attaccamento al potere, l’incapacità di lasciarlo andare una volta ottenuto. Ed è un aspetto tipicamente italiano, perché se confrontiamo ciò che succede in Italia con ciò che succede negli altri paese dell’Unione Europea, laddove se il tale ministro sbaglia una virgola non ha timore di dimettersi, mentre qui avviene esattamente l’opposto.

Altro aspetto tipicamente italiano è purtoppo la presenza diffusa della mafia e della corruzione, che compaiono nel romanzo sotto le sembianze del personaggio di Camminara, anche se muore molto presto nella vicenda.

Purtroppo anche la presenza della mafia in Italia è una cosa innegabile. Ora, io non vorrei fare un elenco dei mali del nostro paese però c’è da dire che il marchio della mafia è un marchio per l’Italia quasi DOC, per lo meno credo che possiamo vantare il primato dell’invenzione e dell’esportazione di un simile modo di agire nella vita quotidiana. A proposito di mafia e corruzione, certo non li ho inventati io i recenti fatti riguardanti l’EXPO dell’anno a venire. É notorio che, dando retta a ciò che ci viene raccontato dalla carta stampata e da quella paralata, un evento mondiale quale è EXPO 2015 è inquinato da movimenti mafiosi e corruttele di vario tipo.

Tra l’altro lo stesso Camminara cita un motto molto diffuso ai tempi, “Con i discorsi di Togliatti non si condisce la pasta asciutta”…

Non ho idea di chi sia l’inventore di questa frase ma è una frase dal sapore molto guareschiano. Forse addirittura Guareschi ne fu l’inventore ma non lo posso affermare con certezza. È una frase molto vera laddove Togliatti è solamente un esempio, non ho niente contro di lui e non me ne voglia nessuno. La frase non è mia, è proprio una citazione di una frase propagandistica, elettorale dell’epoca. Però è vera. La pasta asciutta si condisce col lavoro e la puoi mangiare solo se lavori. Le parole, soprattutto quelle della politica, spesso non riempiono lo stomaco.

Tra le righe questo motto lascia anche trapelare un’idea che purtroppo è ancora molto comune, l’idea che lavorare con le parole e con la cultura non sia considerato un vero e proprio lavoro.

Lo diceva Ennio Flaiano che è meglio scrivere piuttosto che lavorare. Ovviamente Flaiano aveva questo spirito corrosivo che individuava lo scrivere, per quanto possa essere faticoso, un lavoro che non ha, in termini di fatica, possibilità di competere con altri lavori: il minatore, il muratore e tantissimi altri lavori che comportano uno sforzo fisico ben superiore. Questo però non significa che anche il lavoro intellettuale non abbia un suo impegno di fatica, certo non è una fatica muscolare ma se qualcuno volesse accettare la sfida io accetterei di fare una giornata il muratore cambiando il posto con un altro che proverebbe a scrivere dieci cartelle in una giornata. È una questione di inclinazioni individuali, di abitudini. Non voglio difendere a spada tratta il mio lavoro ma ritengo che abbia una sua dignità e una sua posizione ben precisa nel quotidiano di tutti. D’altronde chiunque legge qualcosa, un giornale, una pagina di libro, quello che leggi è frutto della fatica di un altro.

Tornando al romanzo, Marta, come profuga appunto viene accolta a Bellano. Come viene gestito il problema dell’immigrazione a Bellano e come vede questo problema allargando il discorso all’Italia?

Nel locale, nel piccolo, nel micromondo dove io vivo, è un trattamento assolutamente civile, composto e ordinato. Siamo naturalmente fortunati. Per la nostra posizione geografica non ci capitano i barconi carichi di profughi e arrivano a Bellano col contagocce. Quando arrivano hanno la possibilità di trovare lavoro, perché nella maggior parte dei casi sono dotati di buona volontà e di capacità di adattamento. Sono persone in fuga da situazioni disagevoli e trovano qui un po’ di pace per sé e per la propria famiglia. Il discorso cambia molto se lo allarghiamo al resto del paese. Ma resta il fatto che coloro che arrivano sono individui uguali a noi, magari con la pelle di un altro colore, ma questo non cambia la sostanza, che camminino su due gambe, che abbiano uno stomaco che va riempito ogni tanto, che abbiano desideri, speranze, affetti. È ovvio che è il numero a mettere in crisi una nazione ospitante. Mi trovo abbastanza d’accordo su quello che sento spesso dire sul fatto che non sia possibile che la sola Italia, benché sia la costa preferita da costoro, sia impegnata in queste operazioni d’accoglienza che poi non riesce a sostenere producendo i danni che spesso vediamo. La disperazione diventa criminalità per forza. La fame ti obbliga a un comportamento che è difforme dal comportamento civile.

Lasciando il piacere della lettura e della scoperta a chi comprerà il libro, direi di rivolgerci verso il prossimo futuro. Venerdì 14 novembre, parteciperà a due incontri che faranno parte degli eventi della terza edizione di BookCity Milano. In cosa consisteranno?

Il primo incontro, dal titolo “Dove scrivono gli scrittori”, con Gianmarco Gaspari e Pierluigi Panza, sarà di sapore culinario. Sarà una chiaccherata sul tema del cibo che è un tema che da un po’ di tempo gode di buona stampa. Dopodiché mi dovrò trasferire perché ho l’impegno più gravoso. La scusa per questo secondo incontro, che abbiamo chiamato “Gli intrighi del lago”, sarà l’uscita di un altro mio libro il 20 novembre, ma è soltanto una scusa. Sul palco saremo io e i Sulutumana, che ormai insieme formiamo un’accoppiata abbastanza classica – è il terzo anno consecutivo che partecipiamo a Bookcity. Le novità sono il gruppo musicale in cui suona anche mio figlio e soprattutto la partecipazione attiva degli assistiti di una comunità psichiatrica dell’alta Valseriana, dove io faccio il volontario da un anno circa, con la quale abbiamo già organizzato due spettacoli di poesia e stiamo preparando uno spettacolo natalizio che andrà in scena a Clusone e poi qui a Bellano. I ragazzi saranno della partita molto attivamente dando una mano a me e ai Sumulutumana a presentare il libro con la lettura di un racconto che con il libro non c’entra niente se non per il titolo che è Arie balcaniche.

Prima ha citato un nuovo libro che uscirà il 20 novembre, “Di impossibile non c’è niente” (Salani 2014). Che tipo di libro sarà?

Il libro è un favola, che appunto uscirà con Salani per la grande tradizione di favole che ha questo marchio, è una favola natalizia, la seconda che scrivo dopo “Come fu che babbo natale sposò la befana”, uscita l’anno scorso con Mondandori. Sono molto euforico all’idea di propormi nuovamente con questo tipo di storia perché invecchiando, credo, il fascino del periodo natalizio, con le suggestioni che offre, mi intriga sempre di più e sento proprio la necessità di dedicare un’ora almeno al giorno alla compilazione di una favola. Di impossibile non c’è niente è il lavoro dell’anno passato. Proprio in questo periodo sto lavorando a una favola possibile che potrebbe essere quella buona per l’anno prossimo. Ho aperto insomma una nuova finestra sulla scrittura così almeno mi garantisco la vecchiaia.

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