Una generazione buttata nel cesso?

I millennial sono le persone nate tra il 1980 e il 2000, la generazione 1.5.  Nasce una rubrica che, senza pretese di assolutismo o serietà, prova a raccontare cosa vuol dire avere venti o trent’anni oggi. Avete presente la disoccupazione, gli stage a 400 euro al mese, l’ansia, i soldi che sono sempre pochi, il futuro che forse non esiste più? Bene, allora siete sul pezzo.

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Marcello Fois, “I libri devono creare problemi”

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, recita una celeberrima frase di Lev Tolstoj, e questo lo sa bene Marcello Fois, che da anni indaga i nuclei familiari nei suoi romanzi. Ne studia le dinamiche, i ruoli, le responsabilità, gli stravolgimenti e le costanti. Al Festival della Mente ci ha parlato della famiglia e del suo ultimo romanzo, “Del dirsi addio” (Einaudi 2017), dove racconta la storia di Sergio, poliziotto omosessuale, determinato e fragile, di suo padre Pietro e del caso di un bambino di undici anni scomparso – sì, perché questo libro è anche un noir.

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Edoardo Albinati, “La stabilità è un mito”

Cos’è l’amore? Una forza incontrollabile che ci fa invaghire di una persona fino a perdere il senno o un legame talmente profondo da essere capace di legarci a qualcuno per tutta la vita? Tra le nostre facoltà c’è la capacità di amare una persona per sempre o la durata di una relazione dipende da sconosciute leggi alchemiche? Di questo e molto altro abbiamo parlato al Festival della Mente di Sarzana con Edoardo Albinati, che nel suo ultimo romanzo, “Un adulterio” (Rizzoli 2017), racconta una storia d’amore adulterino tra la giovane mamma Clementina e un attraente uomo di nome Eraldo, solitamente abbreviato in Erri. Albinati, vincitore nel 2016 del Premio Strega con “La scuola cattolica” (Rizzoli), ci racconta un amore passionale che porta i due personaggi su una bellissima isola del Tirreno, lontano dalle rispettive famiglie e dalla loro felice vita quotidiana.

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Combattere per la pace è come scopare per la verginità

Ha senso sperare che le guerre scompaiano dalla faccia della terra? Che gli esseri umani smettano di ammazzarsi tra di loro? Secondo l’americano Elliot Ackerman la risposta è negativa a entrambe le domande, perché la guerra è un’attività prettamente umana, nessuna altra specie fa una cosa del genere, ha spiegato al Festival della Mente di Sarzana. Sa di cosa parla, Ackerman, che ha trascorso otto anni nell’esercito statunitense combattendo in Iraq e in Afghanistan. Poi ha dichiarato la propria pace separata e si è trasferito a Instanbul, da dove scrive per il New York Times, il New Yorker e pubblica romanzi. Nel 2016 è uscito per Longanesi Prima che torni la pioggia, dove ha raccontato l’esperienza in Medio Oriente. Di questi giorni è invece Il buio al crocevia, edito sempre da Longanesi, in cui Ackerman racconta la guerra civile in Siria. Sul volto ha un sorriso luminoso. L’ottimismo che lo pervade, nonostante tutto, è travolgente.

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Io sono Michele Mari

Sto fumando una sigaretta in attesa dell’inizio dell’incontro. Mancano dieci minuti quando arriva Michele Mari. Lo saluto. Lui si ferma. Ci conosciamo vero? Gli ricordo che ho seguito un suo corso su Alfieri all’Università e l’intervista che gli feci qualche anno fa a ridosso della finalissima del premio Campiello. Era tra i cinque finalisti ma non avrebbe vinto, anche se forse lo avrebbe meritato. È stranamente cordiale. Mi chiede di ricordargli come mi chiamo, gli dico il mio nome e mi chiede qualche informazione. Non sa bene cosa stia per fare. Mi chiede quanto deve parlare e se c’è qualcuno a introdurlo. Gli dico quel poco che so ed entra. Addosso mi lascia un accenno di sorriso che mai gli avevo visto in faccia.

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